Nel 1686 i valdesi costituivano nelle valli San Martino, oggi val Germanasca, e di Luserna, oggi val Pellice, una popolazione di circa 12.500 persone.

 

Seguendo la politica di Luigi XIV di Francia, Vittorio Amedeo II impose ai suoi sudditi di religione riformata di cessare ogni manifestazione pubblica, demolire i luoghi di culto, allontanare i loro ministri e battezzare i figli nella Chiesa romana. I valdesi però rifiutando l’ipotesi di un esilio decisero di resistere, ma furono massacrati. Deportati nelle prigioni e nelle fortezze perirono di stenti. Poco meno di 2.500 poterono ritirarsi in Svizzera.

 

Tre anni dopo, nell’agosto del 1689, la situazione internazionale si volse in loro favore, Guglielmo III d’Orange diventato re d’Inghilterra ricostituì il fronte anti francese della Legge di Augusta e nel quadro della guerra contro la Francia finanziò una spedizione militare in Piemonte composta da un migliaio di uomini in maggioranza valdesi. A fine agosto un gruppo di un migliaio di esuli valdesi ed ugonotti, animati da Henri Arnaud (già ministro di culto a Pinasca all’epoca della cacciata e fautore della disperata resistenza valdese successiva) fu indotto a tentare un’assai difficile e rischiosa spedizione attraverso le Alpi per raggiungere le valli piemontesi. L’impresa è poi passata alla storia col nome di “Glorieuse Rentrée”, ad evidente richiamo della “Glorious Revolution” inglese che l’aveva indirettamente resa possibile.

 

Ottenuto infatti l’appoggio politico e finanziario dallo storico avversario di Luigi XIV, Guglielmo III d’Orange – da poco insediatosi sul trono d’Inghilterra a seguito appunto della “Gloriosa Rivoluzione” e tenace tessitore dell’alleanza europea antifrancese – i circa mille uomini di Arnaud si concentrarono segretamente nei pressi del lago Lemano da cui la spedizione partì e attraversarono la Savoia con una marcia di 13 giorni, scontrandosi a Salbertrand con le truppe francesi. Ripreso possesso delle loro valli e ad evitare sbandamenti, i valdesi si impegnarono a Sibaud, una frazione di Bobbio Pellice, a mantenere fra loro unione e solidarietà.

 

Stretti dalle truppe francesi si trovarono impegnati in mesi di guerriglia e furono costretti ad asserragliarsi alla Balsiglia, una borgata sopra a Massello, in val Germanasca. L’attacco nel maggio 1690 delle truppe franco-sabaude stava per segnarne la fine ma li salvò l’improvviso cambiamento nelle alleanze politiche che portò il duca di Savoia a scendere in guerra contro i suoi ex alleati francesi.

 

Nel 1889, in occasione del bicentenario di questi avvenimenti, vennero inaugurate la Casa Valdese a Torre Pellice ed una scuola-monumento alla Balsiglia.

 

I° tappa da Col Clapier a Frazione San Giacomo

 

Attraversato senza trovare resistenza il Piccolo Moncenisio, i valdesi avevano raggiunto il Col Clapier (2.477 metri) e da lì erano scesi per la Valle Clarea accampandosi a San Giacomo. Il giorno seguente, per evitare lo scontro con le truppe francesi, cercarono di scendere a fondovalle, attraversare la Dora nei pressi di Chiomonte e raggiungere, passando per il colle dell’Assietta, la val Pragelato, territori interamente francesi. Bloccati a Giaglione dalle truppe piemontesi e fallito il tentativo di negoziare il passaggio servendosi degli ostaggi, i valdesi furono costretti a spostarsi verso ovest risalendo il ripidissimo vallone di Tiraculo. Dal diario della spedizione di Paolo Reynaudin. “Quindi si diedero a far rotolare grosse pietre e a spararci addosso, per cui non saremmo potuti passare senza incorrere in gravi danni. Pertanto cominciammo a indietreggiare e scendemmo nel fondo della valle, mentre parecchi attraversarono a guado quel grosso torrente, credendo di potersi aprire un altro passaggio”.

 

II° Tappa da San Giacomo di Giaglione a Salbertrand

 

Mentre risalivano il vallone di Tiraculo i valdesi erano inseguiti dai piemontesi, anche se quel territorio apparteneva alla Francia. Il governatore sabaudo di Susa aveva infatti concluso un accordo con il comandante francese del Forte di Exilles per dare la caccia ai valdesi sui due versanti della montagna. In questa azione vennero fatti prigionieri gli unici due chirurghi della spedizione. Chi cadde nelle mani dei francesi venne giustiziato o fatto prigioniero e costretto a remare sulle galere; chi venne catturato dai piemontesi fu invece liberato già nel 1690 in seguito al cambio di alleanze dei Savoia. I valdesi proseguirono per il colle dei Quattro Denti (2.106 metri) e, per evitare la guarnigione di Exilles, deviarono verso Salbertrand.

 

Dal diario della spedizione di Paolo Reynaudin.

 

“Ci raccogliemmo tutti sulla vetta di un monte, che era circondato dalla nebbia, e suonammo a lungo la tromba per segnalare ai dispersi il punto di raccolta; ma anche dopo due ore di attesa vedemmo che alcuni dei nostri mancavano ancora”

 

III° tappa da Salbertrand a Pragelato Granges

 

I valdesi, incalzati dalle truppe francesi e piemontesi, scesero dal Colletto dei Quattro Denti verso Eclause. Il ponte, unico accesso ai colli che danno su Pragelato, era presidiato dal Marchese di Larray, responsabile militare del Delfinato, che aveva posto il suo quartiere militare sull’altra sponda della Dora Riparia. I valdesi correvano il rischio di essere chiusi tra due fuochi: oltre il ponte i francesi, alle spalle i soldati piemontesi.

Nella notte illuminata dalla luna i valdesi sferrarono un disperato attacco con una carica all’arma bianca. Nel combattimento ebbero 22 morti e 8 feriti, mentre i nemici lasciarono sul terreno centinaia di morti e innumerevoli feriti.

 

Dal diario della spedizione di Paolo Reynaudin

 

“Nonostante questa fittissima sparatoria, i più audaci dei nostri soldati si gettarono avanti, spade in mano, per prendere il ponte, e si cominciò a gridare: ‘Coraggio, coraggio, il ponte è conquistato! Questo infervorò talmente i nostri, che si gettarono in massa sul ponte contro i nemici spade alla mano, anche se, prima d’impatronirci del ponte, fummo respinti due o tre volte.”

 

Dopo la battaglia di Salbertrand i valdesi distrussero il ponte per ostacolare gli inseguitori e, spossati, si inerpicarono sul monte Genevris in direzione del Colle di Costa Piana. A metà strada si fermarono per riposare e aspettare i dispersi, richiamati anche la mattina dopo con il caratteristico suono delle trombe.

Il successo ottenuto fu per i valdesi di importanza fondamentale, una sconfitta avrebbe significato la fine dell’impresa, la dispersione degli uomini e la loro prigionia.

Tuttavia essa fu pagata a caro prezzo perché oltre ai caduti, solo una ventina, circa 60 uomini, un decimo degli effettivi, furono fatti prigionieri dai francesi.

 

"Abbiamo incendiato i loro barili di polvere, portato via le loro pallottole e altre munizioni in gran quantità, perché ne avevano più che a sufficienza per ucciderci tutti quanti, se ci avessero battuti come contavano di riuscire a fare. Ma l’uomo propone e Dio dispone, e colui che confida nell’uomo è perduto, mentre quelli che confidano in Dio, che è la rocca dei secoli, non saranno giammai confusi."

 

IV° tappa da Pragelato Granges a Balziglia

 

I valdesi, vinta la battaglia a Salbertrand e risalito il colle di Costa Piana, si diressero verso il vallone di Massello. Attraversate le borgate di Rif, Allevé, Traverses si accamparono per la strada per Joussaud. La Val Pragelato, a quel tempo territorio francese, aveva aderito interamente alla Riforma protestante, caso unico in Francia. Ma i provvedimenti di Luigi XIV del 1685 avevano imposto ai pragelatesi la drammatica scelta fra esilio e conversione al cattolicesimo. Con gli abitanti di questa valle i valdesi avevano sempre avuto rapporti di solidarietà, questo spiega perché al loro arrivo alcuni giovani si siano uniti alla spedizione.

 

Dal diario della spedizione di Paolo Reynaudin.

 

“Impiegammo tutta la notte ad arrampicarci sulle montagne di Pragelato; parecchi rimasero addormentati nei boschi e, oltre al fatto che con frequenza dovevamo riposarci, temevamo di cadere in qualche imboscata. Ma Dio ci aveva dato la forza di togliere ai nemici la voglia di affrontarci ancora. Al far del giorno giungemmo sulla cresta dei monti di Pragelato e lì ci fermammo per aspettare che tutti arrivassero”.

 

V° tappa da Balziglia a Ghigo di PraliPartendo da Joussaud

 

I valdesi avevano come obiettivo l’attraversamento di un nuovo passo: il colle del Pis (2.163 metri), l’ultima barriera da superare per arrivare a casa. Situato fra la val Pragelato e il vallone di Massello, costituiva a quel tempo il confine tra Francia e Stato Sabaudo.

I valdesi si prepararono alla battaglia, presumendo di dover combattere per conquistare il colle. I 50 soldati piemontesi che lo custodivano opposero invece poca resistenza e fuggirono disordinatamente. Così i valdesi poterono scendere nella prima delle loro valli, dove Henri Arnaud, organizzatore e guida spirituale dell’impresa, era stato pastore. Per la notte si accamparono nelle baite di Ortiaré.

 

Dal diario della spedizione di Paolo Reynaudin.

 

“Prima di giungere al Colle ci fermammo per pregare Dio, quindi ci separammo in tre distaccamenti, due per attaccare i fianchi del nemico e il più numeroso per fare da cuneo. Giunti che fummo sulla cresta, si addensarono delle nubi assai fitte, talché quelli che stavano a guardia del Colle fuggirono senza che potessimo acchiapparli”.

 

I valdesi, muovendosi dalle baite di Ortiaré, raggiunsero la Balsiglia, ai piedi di uno sperone roccioso detto “Castello”, prolungamento dei Quattro Denti. Era un’imponente fortezza naturale che nell’inverno e nella primavera successivi sarebbe servita ai valdesi da ultimo rifugio (sul posto si trova il Museo dedicato all’assedio).

Alla Balsiglia cadde nelle mani dei valdesi un gruppo di 30 uomini della milizia del paese sabaudo di Cavour. Il Consiglio di guerra decise di condannarli a morte e furono immediatamente decapitati presso il torrente Germanasca, dopo aver lasciato loro la possibilità di dire un’ultima preghiera.

I valdesi continuarono a scendere la valle di Massello fino a Campo la Salza e qui si accamparono per la notte.

 

Dalla relazione del capitano Daniel Robert.

 

“Potrebbe sembrare a questo punto che ci comportassimo troppo duramente con i nostri nemici, ma bisogna considerare che non avevamo alcun luogo in cui rinchiudere eventuali prigionieri, e che quanti ne avessimo lasciati scappare, altrettanti avrebbero contribuito alla nostra rovina in due modi: con le loro armi e con le informazioni che avrebbero potuto dare sulle nostre forze che erano ignote e stimate più numerose del vero."

 

VI° tappa da Ghigo di Prali a Bobbio Pellice

 

I valdesi, accampati a Campo la Salsa (Massello), per evitare la guarnigione di Perrero, risalirono la valle e, al Colletto delle Fontane, si divisero in due gruppi per scoprire l’eventuale presenza di soldati.

Uno passò da Rodoretto e l’altro da Fontane e si ritrovarono a Villa di Prali dove diedero alle fiamme una cappella cattolica da poco costruita. Giunsero in seguito a Ghigo, dove trovarono il vecchio tempio valdese ancora intatto ma trasformato in chiesa cattolica. Dopo aver gettato via le immagini, Henri Arnaud tenne una predica sulla soglia del tempio, troppo piccolo per contenere tutti i rimpatriati.

 

Dalla relazione di Daniele Robert.

 

“Andammo in seguito a Prali, dove trovammo parecchi savoiardi, stabilitisi al posto dei Valdesi quando questi erano stati cacciati. L’avidità con cui si erano impadroniti di beni che non gli appartenevano costò loro la vita. Trovammo ancora il piccolo tempio di cui i savoiardi si erano serviti per dir messa. Abbattemmo l’altare, e buttammo via le immagini. Quindi il signor Arnaud vi fece il suo primo sermone. Il suo testo fu: Che il nostro aiuto sia nel nome di Dio...”

 

I valdesi, provenienti da Prali, si accamparono al Serre Cruel e a Sarsenà, di qui scesero a conquistare l’abitato di Bobbio. All’impegno unitario della marcia fece seguito il pericolo di sbandamento, ognuno pensava di andare a riprendersi le proprie terre senza una precisa strategia comune. Gli ufficiali e i pastori riuscirono però a ristabilire l’ordine convocando un’assemblea che si concluse con un reciproco impegno di solidarietà tra ufficiali e soldati.

 

Conosciuto come il “Giuramento di Sibaud”, dalla borgata in cui ebbe luogo, questo avvenimento verrà sempre ricordato dai valdesi che nel 1889 gli dedicarono un monumento.

 

Dalla breve relazione attribuita a Francesco Huc.

 

“Si fece giurare ai comandanti e a tutti gli ufficiali di non abbandonare, né separarsi dall’armata senza il consenso del consiglio di guerra; e ai soldati di essere obbedienti verso coloro che avevano scelto per dirigerli e comandarli; così fecero, giurarono di morire piuttosto che disobbedire. Quindi si ordinò che venisse restituito il denaro, che parecchi dei nostri soldati avevano raccolto in Savoia, per metterlo in comune...”

 

IL GLORIOSO RIMPATRIO